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La sola cosa che possa salvare l’uomo è l’amore. E se molti hanno finito per trasformare in banalità questa asserzione, è perché non hanno mai amato veramente. Aver voglia di piangere quando si pensa agli uomini, di amare tutto in un sentimento di suprema responsabilità, sentirsi invasi dalla melanconia al pensiero delle lacrime che ancora non si sono versate per gli uomini, ecco che cosa significa salvarsi attraverso l'amore, la sola fonte di speranza.

Per quanto combatta al culmine della disperazione, non vorrei né potrei rinunciare all'amore neppure se la disperazione e la tristezza oscurassero la fonte luminosa del mio essere, dislocata in chissà quali angoli remoti della mia esistenza.

In questo mondo ogni cosa può farmi cadere, tranne l'amore. E anche se al tuo amore si rispondesse con disprezzo e indifferenza, anche se tutti ti abbandonassero e la tua solitudine fosse senza appello, i raggi del tuo amore che non sono potuti penetrare negli altri per illuminarli o rendere la loro tenebra più misteriosa si rifrangeranno per ritornare in te, perché  nell'istante dell'ultimo abbandono il loro fulgore ti faccia luce e le loro vampe ti riscaldino. Allora le tenebre non saranno più un'attrazione irresistibile, e la visione  delle profondità smetterà di darti le vertigini.

Ma per accedere a questa luce totale, all'estasi dell'assoluto splendore, al culmine e ai confini della beatitudine, smaterializzarsi dai raggi e purificati dalla serenità, occorre essere sfuggiti definitivamente alla dialettica della luce e delle tenebre e pervenuti all'autonomia assoluta della prima parola.

Ma chi può essere capace di tanto amore?


Emil Cioran, Al culmine della disperazione




Non ero ancora in grado d’immaginare che in rarissimi casi, due persone s’incontrano e anche se si dividono materialmente per qualsiasi ragione, restano incollate con la pelle e con i pensieri per sempre. Sono insieme la molla che scatta per riportarle sempre vicine. Sono la foto mai dimenticata. Restano aggrappate l’una alla vita dell’altra, a dispetto di tutto e di tutti. In ogni modo vada a finire, qualunque cosa accada, sono  lontane dalle solite consuetudini. Sanno abitare  una dimensione che nessuno sarà in grado di vedere se non la crede possibile.  Il loro incontro condizionerà comunque tutto il loro futuro, senza via di scampo. Ecco cosa significa strapparsi un pezzo di sé e consegnarlo inconsapevolmente a un altro essere. Ogni donna si merita un uomo che diventi il suo elastico, che si tenda per raggiungerla e poi si fermi a guardarla vivere libera. Il punto massimo dell’amore è questo, l’ho sempre pensato.  Se vuoi davvero una donna non la dimentichi, non ti arrendi e fai di tutto per la sua felicità. Non esistono valanghe di scuse né distanze insormontabili. Non ti basterà più il resto, pur avendo un’ampia libertà di scelta.  Ogni donna merita un uomo che le dica ciò che ti sto dicendo adesso: Voglio te perché senza di te non mi basta più niente.


Massimo Bisotti




Così continuiamo a vivere la nostra vita, pensai. Segnati da perdite profonde e definitive, derubati delle cose per noi più preziose, trasformati in persone diverse che di sé conservano solo lo strato esterno della pelle; tuttavia, silenziosamente, continuiamo a vivere.

Allungando le mani, riusciamo a prenderci la quantità di tempo che ci è assegnata, e poi la guardiamo mentre indietreggia alle nostre spalle. A volte, nel ripetersi dei gesti quotidiani, sappiamo farlo anche con destrezza. Questi pensieri mi lasciarono una sensazione di terribile vuoto.

Haruki Murakami



Più di una volta aveva constatato la incredibile potenza dell’amore, capace di riannodare, con infinita sagacia e pazienza, attraverso vertiginose catene di apparenti casi, due sottilissimi fili che si erano persi nella confusione della vita, da un capo all’altro del mondo. 


Dino Buzzati ( Un amore, 1963)



Se vuoi sentirti sicuro, comincia pensando che non lo sarai mai. Che non esiste alternativa al flusso continuo di vita e morte, gioia e dolore, ascesa e caduta. Ne fai parte, felicemente se lo accetti, tristemente se ti opponi. Ma hai perso in partenza, perché stai combattendo avversari molto più forti di te: il destino, il corso dell'esistenza, il tempo. Non devi arrenderti, devi soltanto cambiare strategia. Assumere la forma dell'acqua e non quella della pietra. Tutti i muri si sgretolano, prima o poi. Il fiume va. E va al mare.

Gabriele Romagnoli


Oh voi che non temete,
udite il suo canto!
Con voce ammaliante irrompe 
nella farraginosa mente.
Mulinate le braccia e remate,
alla ricerca di colei sì desiderata.
Stremati, 
vi abbandonate al lungo sonno.
L'onda si apre...
Beffarda emerge e vi ruba l'anima.




dal libro "Non ha più lacrime la mia terra..." di Giorgio De Luca



Ora che lui è partito, e non si farà vivo più, scomparso, cancellato via dal quadrante della vita esattamente come se fosse morto, a lei, Irene, non resta che armarsi di tutto il coraggio che una donna può chiedere a Dio e sradicare tutti i rami per cui quello sfortunato amore si è attaccato alle sue viscere. E' sempre stata una ragazza forte, Irene, questa volta non sarà da meno.

E' fatto! Meno tremendo di quanto lei pensasse; e meno lungo. Non sono passati neanche quattro mesi, ed eccola completamente liberata. Un poco più magra, più pallida, più diafana, però leggera, col languore soave della convalescenza dentro cui già palpitano vaghe illusioni nuove. Oh è stata brava, eroica è stata, ha saputo essere crudele con sé stessa, ha respinto con accanimento tutte le lusinghe dei ricordi, ai quali sarebbe stato pur dolce abbandonarsi. Distruggere tutto ciò che di lui restava nelle sue mani, fosse pure uno spillo, bruciare le lettere e le foto, buttar via i vestiti indossati quando c'era lui, sui quali forse gli sguardi suoi avevano lasciato una traccia impalpabile, sbarazzarsi dei libri che anch'egli aveva letto e la comune conoscenza stabiliva una complicità segreta, vendere il cane che ormai aveva imparato a riconoscerlo e gli correva incontro al cancello del giardino, abbandonare le amicizie che erano appartenute a entrambi, cambiare perfino casa perché a quel camino lui una sera si era appoggiato con un gomito, perché un mattino quella porta si era aperta, e dietro era apparso lui, perché il campanello della porta continuava a dare lo stesso suono di quando lui veniva, e in ogni stanza le sembrava così di riconoscere una misteriosa impronta. Ancora: abituarsi a pensare ad altre cose, gettarsi in un lavoro massacrante per cui di sera, quando il pericolo si ridestava più insidioso, un sonno di pietra la atterrasse, conoscere nuove persone, frequentare nuovi ambienti, cambiare anche il colore dei capelli.

Tutto questo lei è riuscita a fare, con impegno disperato, non lasciando sguarnito un angolo, una fessura, da cui il ricordo potesse farsi strada. L'ha fatto. Ed è stata guarita. Ora è mattino, con un bel vestito azzurro che la sarta le ha appena mandato, Irene sta per uscire di casa. Fuori c'è il sole. Lei si sente sana, giovane, tutta lavata dentro, fresca come quando aveva sedici anni. Felice addirittura? Quasi.

Ma da una casa vicina viene una breve onda di suono. Qualcuno ha la radio accesa o fa andare il grammofono, e una finestra è stata aperta. Aperta e poi subito chiusa.

E' bastato. Sei o sette note, non di più, la sigla di un vecchio motivo, la sua canzone. Su, coraggiosa Irene, non perderti per così poco, corri al lavoro, non fermarti, ridi! Ma un vuoto orrendo le si è già formato entro nel petto, ha già scavato una voragine. 

Per mesi e mesi l'amore, questa strana condanna, aveva finto di dormire, lasciando che Irene s'illudesse. Ora una inezia è stata sufficiente a scatenarlo.

Fuori passano le macchine, la gente vive, nessuno sa di una donna che, abbandonata sul pavimento a ridosso della porta di casa come una bambina castigata, sciupandosi il bel vestito nuovo, perdutamente piange. Lui è lontano, non tornerà mai più, e tutto è stato inutile.


Dino Buzzati


Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.

Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi.

Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l’un l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento.

Ma tu - ora mi ricordo - non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d’Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi, e in date ore vaga la poesia congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene.

Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola.

Ma tu - adesso mi ricordo - mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l’anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all’ora giusta l’incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient’altro.

Vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne.

Tu diresti “Che bello!”. Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora. Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un’altra sigaretta, impaziente di fare ritorno.

E non diresti “Che bello! “, ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici. Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica.

Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo. Ma tu - lo capisco bene - invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni.

Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d’oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. È inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda.

Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare - ti prometto - gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina.

E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo. Ma tu - adesso ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.

Dino Buzzati

 "E ho pensato alla vita, che è surrettizia, e che raramente mostra in superficie le sue ragioni, e invece il suo vero percorso avviene in profondità, come un fiume carsico. Ti avevo detto: ora è finita. Ma senza dirtelo, perché anche il silenzio è carsico".


Mia Cara, 
lo so che ti occupi del passato: è il tuo mestiere. Ma questa è un'altra storia, credimi. Il passato è più facile da leggere: uno si volta all'indietro e, potendo, dà un'occhiata. E poi, sia come sia, esso rimane sempre impigliato da qualche parte, magari a brandelli. A volte bastano soltanto l'olfatto e le papille gustative, è notorio: lo sappiamo da certi romanzi, anche belli. Oppure un ricordo, quale che sia: un oggetto visto nell'infanzia, un bottone ritrovato in un cassetto, che so, una persona che essendo un'altra te ne ricorda un'altra, un vecchio biglietto del tram. E all'improvviso sei lì, proprio su quel trammino sferragliante che andava da Porta Ticinese al Castello Sforzesco, come un niente entri nel portone del palazzo ottocentesco, lo scalone ha un corrimano di ghisa lavorata con una testa di serpente, sali due rampe, la porta si apre senza neppure che tu suoni il campanello e non te ne stupisci affatto, anche perché nell'ingresso, sopra il cassettone rococò, dietro la vecchia pendola neoclassica, vedi che lo specchio antico chiazzato di macchie brunastre è attraversato da una ferita che lo fende da un angolo all'altro, e ricordi che quel giorno mi dicesti: una persona con una malattia come la sua non può sfidare così il destino, è come chiamare disgrazie. E a quel punto capisci che la porta si è aperta da sola semplicemente perché lui, che voleva sfidare il destino, è stato fottuto come tutti quelli che vogliono sfidare il destino, chissà dove è mai sepolto, e invece lo specchio ferito è sempre lì, come quel giorno in cui tu capisti chiaramente ciò che doveva succedere.
Oppure prendi un album di fotografie, uno qualsiasi di una persona qualsiasi, come me, come te, come tutti. E ti accorgi che la vita è lì nei diversi segmenti che stupidi rettangoli di carta rinchiudono senza lasciarla uscire dai loro stretti confini. E intanto la vita è gonfia, impaziente, vuole andare al di là di quel rettangolo, perché sa che quel bambino vestito di bianco con le mani giunte e la fascia della prima comunione al braccio, domani (dico "domani" tanto per dire un giorno qualsiasi) piangerà di nascosto perché si vergognerà di se stesso: una piccola turpitudine? Piccola o grande non ha importanza, perché essa prevede il rimorso, ed è di questo che stiamo parlando. Ma quella feroce fotografia, più severa di una governante, non lascia evadere la vera verità dai suoi pochi centimetri. La vita è prigioniera della sua rappresentazione: del giorno dopo ti ricordi solo tu.
Guarda, fu così, ti ricordi?, e per ricordare non potrei neppure citare una poesia, tipo panni poveri stesi ad asciugare, che sono sempre un elemento di malinconia, parlano di vite sconosciute e modeste, e così semplici, di quella semplicità che solo i grandi poeti possono cogliere, o almeno così dicono.
No: invece c'era un paesaggio maestoso, di quel bello che è troppo bello quando è perfetto, come in un affresco di Simone Martini, dove un cavallo bardato conduce un ineffabile cavaliere verso un ineffabile altrove. E io guidavo la mia automobile. Però piano, cercando di accompagnare le curve che solcano quelle colline inclinandomi con il corpo ad ognuna di esse, come si fa con la bicicletta, perché avrei voluto essere un ragazzino che percorreva le dolcezze di quel paesaggio con la bicicletta nuova fiammante che gli hanno regalato a casa per il suo compleanno. Era un borgo di quattro case, non di più, di pietra grezza, neppure imbiancata, senza nessuno, un fienile dava sulla strada, con dei mattoni traforati dai quali pendevano dei fili di paglia che fluttuavano alla brezza, inutili, abbandonati anche loro. Ci sono cose così, che succedono e non sai perché. Non c'era nessuna ragione di fermarsi in quel luogo deserto, neanche per prendere un caffè, perché non c'era proprio nulla, a parte una stradetta che sull'angolo del fienile, lasciando l'asfalto, diventava sterrata, e portava verso la campagna: un altro nulla, là sullo sfondo. E io la presi.
In borghi di questo tipo c'è sempre una chiesetta o una cappella, l'avrai notato. E' che in origine erano poveri agglomerati di case contadine attorno alla villa padronale, e i contadini erano persone devote al padrone e alla messa. E proprio lì, in fondo alla strada sterrata, fra due cipressi, esattamente come nelle oleografie dell'Ottocento o nelle cartoline dove oggi c'è scritto "The Heart of Civilization", c'era una chiesetta.
Abbandonata anche lei, come tutto il resto. Sulla punta del tetto spiovente, in una bifora di mattoni aperta nell'azzurro, pendevano due campane che sembravano piuttosto due campanacci per le vacche, e anch'esse inutilizzate da tempo, si capiva. 
Ho parcheggiato la macchina proprio lì, sotto uno dei cipressi. Subito dopo, filari di viti e cipressi che pennellavano le colline: i nostri posti, per capirci. E tutto come doveva essere. Era il maggio. Ho pisciato contro il cipresso, anche se non ne avevo necessità, forse attribuendo inconsapevolmente a quell'atto fisiologico la ragione di essermi fermato in un luogo in cui nessun motivo mi induceva a fermarmi. Il portoncino della chiesetta era chiuso, ne ho fatto il giro attraversando le erbacce che ne assediavano il perimetro, facendo attenzione a non disturbare le vipere che amano quei luoghi abbandonati. Fra gli interstizi delle vecchie pietre crescevano cespugli di capperi, con chiome fluenti che chissà perché mi hanno fatto pensare ad Elettra, e ho cercato di ricordare dei versi che una volta conoscevo, ma erano introvabili nella memoria. Ho colto un paio di capperi e li ho masticati, anche se erano acerbi, e ne ho gustato l'agrezza, quasi che quel sapore sgradito mi restituisse il senso di ciò che è accaduto, come una penitenza sommessa e necessaria che ci ricordi con il suo sapore aspro la colpa che abbiamo commesso. E ho pensato alla vita, che è surrettizia, e che raramente mostra in superficie le sue ragioni, e invece il suo vero percorso avviene in profondità, come un fiume carsico.Ti avevo detto: ora è finita. Ma senza dirtelo, perché anche il silenzio è carsico. 
[...]
Dunque ero lontano, in quel frattempo, e questo è fondamentale affinché tu capisca cose incomprensibili, e la solitudine era grande, là fra i monti. Entrai in una taverna che si chiamava Antartes, che in greco vuol dire partigiano, e anch'io mi sentivo così, come uno che vive alla macchia, si nasconde e combatte, ma contro chi?, pensavo, beh, contro le cose, si sa com'è, le cose, voglio dire tutto, perché la vita a poco a poco si riempie e intumidisce senza che tu te ne accorga, ma quel gonfiore è un di troppo, come una ciste o un caos, ed a un certo punto quell'insieme di cose, di oggetti, di ricordi, di rumori, di sogni o intersogni non ti dice più niente, è solo un rumore indistinto, un groppo, un singhiozzo che non sale e non scende, e strozza. Stavo fuori, sotto il pergolato di vite, e mangiavo un piatto squisito fatto con le interiora di agnello, guardavo le gole scoscese di Creta, quelle montagne aspre macchiate dal colore degli oleandri fra il verde degli oliveti, che lì è un verde cupo e lustro, e osservavo un gruppo di capre, che l'oleandro non lo mangiano, loro che masticano persino il pruno, e pensavo: ecco, ce l'ho fatta.
Un mio amico sostiene che il suicidio, per il fatto di essere una scelta radicale, paradossalmente in fondo è più facile: un gesto, e via. Ben più difficile è il silenzio. Esso presuppone pazienza, costanza, testardaggine; e soprattutto si confronta con il giorno-dopo-giorno della nostra vita, i giorni che ci restano, uno dopo l'altro, lunghi davvero nelle loro piccole ore, è come un voto, è di cristallo, un niente lo può rompere, e il suo nemico è il tempo. [...] Il silenzio è davvero fragile.
[...] Lo so che sto facendo un volo pindarico, e che tutto questo non ha logica, ma certe cose, lo sai, non seguono nessuna logica, o almeno una logica che sia comprensibile per noi che siamo sempre alla ricerca della stessa logica: causa effetto, causa effetto, causa effetto, solo per dare un senso a ciò che è privo di senso. E' per questo, come direbbe il mio amico, che hanno scelto il silenzio le persone che nella vita in un modo o nell'altro hanno scelto il silenzio: perché hanno intuito che parlare, e soprattutto scrivere, è sempre un modo di venire a patti con la mancanza di senso della vita.
Dunque: ora risiamo nel perimetro esterno della piccola pieve abbandonata fra gli sterpi e i sassi. E forse con qualche biscia, che i poeti ce la vogliono, anche se non ne vidi nessuna. Seppure modesta (ah, davvero modesta, mi ricordò la gobba di un sarto che cuciva i vestiti di mio padre nella mia infanzia), la chiesina aveva un'abside, con una porticina angusta per la quale ai suoi tempi, suppongo, il prete entrava per celebrare la messa domenicale ai contadini provenendo dalla sua abitazione dirimpettaia: neppure una canonica, appena un casolare. E su quella porticina bacata dal tarlo c'era una targhetta scritta a macchina e appiccicata con il nastro adesivo. Una targhetta insensata che diceva: "Scelta vita futura. Entrata libera".
Logico che entrai. Tu cosa avresti fatto, tu che ti sei con centrata sul passato?, obiettivo ipocrita, tra l'altro, per chi in realtà sta pensando a ciò che può essere il domani, visto che il passato gli ha lasciato una certa amarezza. Il futuro, il futuro! E' la nostra cultura, basata su ciò che potremmo essere, compreso l'Evangelio (sia detto con il dovuto rispetto) perché di noi sarà il Regno dei Cieli, tempo futuro, insomma, l'avvenire, visto che il passato è un disastro e il presente non ci basta mai.
E niente, sai, davvero niente basta, nemmeno le ginestre che fioriscono a maggio per chi sa vederle e che io guardavo senza vedere, come di solito facciamo tutti, fino a cadere nella nostalgia dell'irreversibile, che è la tomba definitiva di tutti quelli come noi. 
[...]
Ero nel buio completo, almeno per quel che riguardava il passato. Se ne era andato così, come sabbia fra le dita, scusa la metafora abusata, ma davvero lo capii in quel momento: perché il passato, anche lui, è fatto di momenti, e ogni momento è come un minuscolo granello che sfugge, tenerlo, in sé e per sé sarebbe facile, ma è metterlo insieme con gli altri che è impossibile. Insomma: logica, nessuna, mia Cara. L'idea di un futuro, seppure posta come ipotesi, mi parve ancora più nebbiosa. Davvero un grande banco di nebbia, tipo certi disegni che appaiono nelle trasmissioni televisive serali dove c'è una persona educata che fa profezie meteorologiche. 
E' stato così che sono entrato nel gioco. Niente ricerca dell'io più profondo, di quello più nascosto negli abissi della nostra coscienza, come vorrebbero certi palombari delle nostre anime. Solo una concentrazione sul ricordo più nascosto, quello che ci rese felici in passato e che vorremmo fosse la nostra vita futura, ammesso che essa esista: quel punto lì, e basta. Avevo desiderato di averti già conosciuta quando ti conobbi, e in questo, fino ad ora, è probabilmente consistito il mio desiderio più nascosto. Perché in quel punto lì sogno e desiderio coincidono, essendo la stessa cosa, almeno per coloro che immaginano anche molto vagamente una vita futura dopo che le cellule e il genoma che le tiene insieme non si siano fatti polvere.
[...]
...ti scrivo da un tempo rotto. Tutto è in frantumi, mia Cara, i frammenti sono volati da una parte all'altra e mi è impossibile raccoglierli se non in questo circolo forzato in cui continuo a girare fino alla nausea e all'idiozia, finché esso non si aprirà in un punto ignoto. Che però non sarà quello di un'altra vita, ma di questa. Perché non è dall'altra parte che ti sto parlando ma da questa, anche se essa appartiene insospettabilmente ad un'orbita diversa dalla tua. Se fosse il contrario sarebbe troppo facile uscirne: basterebbe vivere la vita che ci è concessa come se si vivesse in un'altra dimensione, cosa che pensatori anche sublimi hanno saputo risolvere in maniere artistiche spesso sublimi. No, il problema è assai diverso. E' che l'orbita è allo stesso tempo la stessa e un'altra, io vedo la tua e vi entro quando voglio, senza che tu possa fare lo stesso con la mia. Io ci sono senza che tu abbia bisogno di essere con me, né di saperlo, perché la tua orbita è unica e irripetibile, e invece la mia è sincronica con se stessa, e gira e gira all'infinito. E la beffa, come ti accennavo, consiste proprio in questo, che il momento dell'uscita avverrà solo nel mio Attuale, cioè in quello che io sto essendo senza esserlo: le dimensioni si sono invertite, ciò che era solo ricordo è diventato presente, e ciò che davvero sono o dovrei essere, il mio presunto ora, è diventato virtuale e lo scorgo da lontano come da un cannocchiale rovesciato, aspettando di rientrarvi all'ultimo momento, per quell'istante terminale in cui ci è dato di ripercorrere all'indietro tutta la nostra vita, che invece sono condannato a ripercorrere senza sosta. E in quell'istante concessomi avrò appena il tempo di annaspare nell'aria come un annegato, e poi: buonanotte. Sai, penso che nell'evadere da questo tempo ripetuto, che è una forma di perversa entropia, non si verificherà neppure una piccola esplosione, come quando nell'universo una massa di energia compressa esplode provocando una nuova stella. Altro che quello che affermava il filosofo matto, che si deve aggiungere ancora del caos dentro di noi per poter far nascere una stella danzante. Ma quale stella! Basterà solo un minuscolo foro, e tutta questa energia insensata se ne fuggirà come quando si buca il tubo del gas e... fssss... fssss..., tutto finirà in un attimo, in una modestissima bolla, un residuo, un niente fatto di niente, come una scorreggia del tempo. Perciò ti mando un saluto impossibile, come chi fa vani cenni da una sponda all'altra del fiume sapendo che non ci sono sponde, davvero, credimi, non ci sono sponde, c'è solo il fiume, prima non lo sapevamo, ma c'è solo il fiume, vorrei gridartelo: attenta, guarda che c'è solo il fiume!, ora lo so, che idioti, ci preoccupavamo tanto delle sponde e invece c'era solo il fiume. Ma è troppo tardi, a che serve dirtelo?

La lettera intitolata Il fiume, l'avevo inizialmente intitolata Senza fine, pensando un'indimenticabile canzone di Gino Paoli, anche perché mi pareva che parole come: "Sei un attimo senza fine, non hai ieri, non hai domani" non si possano dire impunemente a una donna: esigono uno svolgimento qualsiasi. Non escludo che a qualcuno essa possa ricordare A terceira margem do rio di Guimaraes Rosa, racconto la cui maestosità mi impressionò quanto la vista del Rio delle Amazzoni. Ma, come è stato detto, la letteratura non è un treno che corre in superficie, ma un fiume carsico che sbuca dove meglio gli pare, nel senso che il suo corso sfugge ad ogni controllo di superficie.
Post scriptum, Antonio Tabucchi

A ciascuno di voi è riservata una persona speciale. A volte ve ne vengono riservate due o tre, anche quattro. Possono appartenere a generazioni diverse. Per ricongiungersi con voi, viaggiano attraverso gli oceani del tempo e gli spazi siderali. Vengono dall'altrove, dal cielo. Possono assumere diverse sembianze, ma il vostro cuore le riconosce. Il vostro cuore le ha già accolte come parte di sé in altri luoghi e tempi, sotto il plenilunio dei deserti d'Egitto o nelle antiche pianure della Mongolia. Avete cavalcato insieme negli eserciti di condottieri dimenticati dalla storia, avete vissuto insieme nelle grotte ricoperte di sabbia dei nostri antenati. Tra voi c'è un legame che attraversa i tempi dei tempi: non sarete mai soli. L'intelletto può intromettersi e dire: “Io non so chi tu sia”, ma il cuore lo sa.

Lui ti prende la mano per la prima volta e la memoria di questo tocco trascende il tempo, e fa sussultare ogni atomo del tuo essere. Lei ti guarda negli occhi, e tu vedi l'anima gemella che ti ha accompagnato attraverso i secoli. Ti senti rivoltare le viscere. Hai la pelle d'oca. Tutto, al di fuori di questo momento, perde importanza.

Lui può anche non riconoscerti, anche se finalmente l'hai incontrato di nuovo, anche se in effetti lo conosci. Ma tu puoi sentire il legame che esiste tra voi. Puoi vedere la carica potenziale, il futuro. Lui forse no. Le sue paure, il suo bagaglio intellettuale, i suoi problemi gli creano come un velo sul cuore.

Ed egli non lascia che tu l'aiuti a dissipare quel velo. Tu t'affliggi e ti struggi, lui se ne va. Il destino può essere così delicato.

Quando invece due persone si riconoscono reciprocamente, non c'è vulcano che erompa con maggiore passione. L'energia liberata è enorme.

Il riconoscimento dell'anima gemella può essere immediato. Si avverte un'improvvisa sensazione di familiarità, di conoscere già questa persona appena incontrata, ben oltre i limiti cui arriva la mente consapevole.

Di conoscerla così profondamente come di solito accade solo con i più intimi membri della famiglia. O anche di più. E di sapere già cosa dire, e come l'altro reagirà. Nasce quindi un senso di sicurezza, e una fiducia ben più grande di quella che si potrebbe pensare di raggiungere in un solo giorno, in una settimana, in un mese.

Il riconoscimento dell'anima può essere un processo sottile e lento. All'inizio, magari solo un albore di consapevolezza nel momento in cui il velo viene delicatamente sollevato. Non tutti sono pronti ad accogliere subito la rivelazione. C'è una progressione da rispettare, e può darsi che si renda necessaria, da parte di chi lo comprende per primo, un certa pazienza.

A farti capire che ti trovi di fronte a un tuo compagno d'anima può essere uno sguardo, un sogno, un ricordo, un sentimento. E tale risveglio può avvenire anche attraverso un tocco delle mani di lui, o il bacio delle labbra di lei, e la tua anima balza di nuovo alla vita.

Il tocco che desta può essere quello del tuo bambino, di un tuo genitore, di un fratello, o quello di un amico vero. Oppure può essere quello del tuo diletto, che arriva a te attraverso i secoli, per baciarti ancora una volta, e per ricordarti che siete sempre insieme, fino alla fine dei tempi.


Brian Weiss 



Quando la gente ti dirà che hai sbagliato... e avrai errori dappertutto dietro la schiena, fregatene. Ricordatene. Devi fregartene. Tutte le bocce di cristallo che hai rotto erano solo vita... non sono quelli gli errori... quella è vita... e la vita vera magari è proprio quella che si spacca, quella vita su cento che alla fine si spacca... io questo l'ho capito, il mondo è pieno di gente che gira in tasca con le sue piccole biglie di vetro... le sue piccole tristi biglie infrangibili... e allora tu non smetterla mai di soffiare nelle tue sfere di cristallo... sono belle, a me è piaciuto guardarle, per tutto il tempo che ti sono stato vicino... ci si vede dentro tanta di quella roba... è una cosa che ti mette l'allegria addosso... non smetterla mai... e se un giorno scoppieranno, anche quella sarà vita, a modo suo... meravigliosa vita.


Alessandro Baricco

L'unica ossessione che vogliono tutti: l'amore. Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l'amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due.


Philip Roth

Dice lui: “il filo sottile che tiene insieme due persone”.

“Quale filo?” Dice lei, come se tornasse a terra da una grande distanza.

“Il filo di tutto quello che le tiene collegate anche quando sono lontane. Anche quando non si vedono non si parlano.”

“Perché dici il filo?”

“Perché è una cosa molto sottile molto resistente, no? Che puoi anche non vedere, ed è estensibile quasi senza limiti attraverso la distanza e il tempo e l’affollamento delle altre persone che occupano lo spazio e lo attraversano in ogni direzione.”

Lei lo guarda. Lui pensa a quello che succede ogni volta che decidono di non sentirsi più e il filo che li collega sembra sul punto di spezzarsi: al senso di vuoto che gli cresce intorno e gli preme sui timpani e gli risucchia l’aria dai polmoni e gli impedisce di restare fermo in un punto.

Dice “però non è affatto scontato che ci sia, il filo”.

“No?”

“No. Magari due pensano di essere molto legati, poi appena provano ad allontanarsi scoprono che in realtà stanno benissimo ognuno per conto suo.”

“E allora perché pensavano di essere legati?”

“Perché erano tenuti insieme da una colla di pura abitudine e oggetti e luoghi condivisi e gesti stratificati. È una colla così forte da sembrare una saldatura permanente, ma appena uno dei due prova a staccarsi non c’è nessun filo che lo segua.”

“Che triste”

“Come fai a sapere che invece il filo c’è?”

“Quando provi a romperlo, e ti trovi in caduta libera attraverso il senso delle cose.” “E di cosa è fatto questo filo?”

“Di uno scambio continuo di domande e di risposte. Sguardi, anche solo immaginati. Assonanze e intuizioni e sorprese, curiosità reciproca che non si esaurisce. E similitudini, no? E differenze.”


Andrea De Carlo

Volevo scriverti, non per sapere come stai tu, ma per sapere come si sta senza di me. Io non sono mai stato senza di me e quindi non lo so.

Vorrei sapere cosa si prova a non avere me che mi preoccupo di sapere se va tutto bene, a non sentirmi ridere, a non sentirmi canticchiare canzoni stupide, a non sentirmi parlare, a non sentirmi sbraitare quando mi arrabbio, a non avere me con cui sfogarsi per le cose che non vanno, a non avermi pronto lì a fare qualsiasi cosa per farti stare bene.

Forse si sta meglio, o forse no.

Però mi e' venuto il dubbio e vorrei anche sapere se ogni tanto questo dubbio è venuto anche a te.

Perché sai, io a volte me lo chiedo come si sta senza di te, poi però preferisco non rispondere che tanto va bene così.

Ho addirittura dimenticato me stesso per poter ricordare te.


Søren Kierkegaard




Quanto più invecchiavo, quanto più insipide mi parevano le piccole soddisfazioni che la vita mi dava, tanto più chiaramente comprendevo dove andasse cercata la fonte delle gioie della vita. Imparai che essere amati non è niente, mentre amare è tutto, e sempre più mi parve di capire ciò che da valore e piacere alla nostra esistenza non è altro che la nostra capacità di sentire. Ovunque scorgessi sulla terra qualcosa che si potesse chiamare “felicità”, consisteva di sensazioni. 

Il denaro non era niente, il potere non era niente. Si vedevano molti che avevano sia l’uno che l’altro ed erano infelici. La bellezza non era niente: si vedevano uomini belli e donne belle che erano infelici nonostante la loro bellezza. Anche la salute non aveva un gran peso; ognuno aveva la salute che si sentiva, c’erano malati pieni di voglia di vivere che fiorivano fino a poco prima della fine e c’erano sani che avvizzivano angosciati per la paura della sofferenza. 

Ma la felicità era ovunque una persona avesse forti sentimenti e vivesse per loro, non li scacciasse, non facesse loro violenza, ma li coltivasse e ne traesse godimento. La bellezza non appagava chi la possedeva, ma chi sapeva amarla e adorarla. C’erano moltissimi sentimenti, all’apparenza, ma in fondo erano una cosa sola. Si può dare al sentimento il nome di volontà, o qualsiasi altro. Io lo chiamo amore. La felicità è amore, nient’altro. Felice è chi sa amare. 

Amore è ogni moto della nostra anima in cui essa senta se stessa e percepisca la propria vita. Ma amare e desiderare non è la stessa cosa. L’amore è desiderio fattosi saggio; l’amore non vuole avere; vuole soltanto amare.


Hermann Hesse
Un ragazzo là fuori è nato per essere l'amore della tua vita, 
il tuo migliore amico, 
la tua anima gemella, 
l'unico a cui puoi raccontare i tuoi sogni. 
Ti spazzolerà i capelli dagli occhi. 
Ti manderà fiori quando meno te lo aspetti. 
Guarderà te durante i film, 
anche se ha pagato otto dollari per vederli. 
Ti chiamerà per la buonanotte 
o solo perché gli manchi. 
Ti guarderà negli occhi e ti dirà 
che sei la ragazza più bella del mondo. 
E per la prima volta nella tua vita, 
gli crederai.


Nicholas Sparks

Ho incontrato per la via 

un giovane poverissimo 

che era innamorato: 

aveva un vecchio cappello, 

la giacca logora, 

l'acqua gli passava attraverso 

le suole delle scarpe 

e le stelle attraverso l'anima.



Victor Hugo
Allora Almitra disse: parlaci dell'Amore. E lui sollevò la stessa e scrutò il popolo e su di esso calò una grande quiete. E con voce ferma disse: Quando l'amore vi chiama, seguitelo. Anche se le sue vie sono dure e scoscese. E quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui. Anche se la sua lama, nascosta tra le piume vi può ferire. E quando vi parla, abbiate fede in lui, Anche se la sua voce può distruggere i vostri sogni come il vento del nord devasta il giardino. Poiché l'amore come vi incorona così vi crocefigge. E come vi fa fiorire così vi reciderà. Come sale alla vostra sommità e accarezza i più teneri rami che fremono al sole, così scenderà alle vostre radici e le scuoterà fin dove si avvinghiano alla terra. Come covoni di grano vi accoglie in sé. Vi batte finché non sarete spogli. Vi staccia per liberarvi dai gusci. Vi macina per farvi neve. Vi lavora come pasta fin quando non siate cedevoli. E vi affida alla sua sacra fiamma perché siate il pane sacro della mensa di Dio. Tutto questo compie in voi l'amore, affinché possiate conoscere i segreti del vostro cuore e in questa conoscenza farvi frammento del cuore della vita. Ma se per paura cercherete nell'amore unicamente la pace e il piacere, allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità e uscire dall'aia dell'amore. Nel mondo senza stagioni, dove riderete ma non tutto il vostro riso e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime. L'amore non da nulla fuorché sé stesso e non attinge che da sè stesso. L'amore non possiede né vorrebbe essere posseduto. Poiché l'amore basta all'amore. Quando amate non dovreste dire: "Ho Dio nel cuore", ma piuttosto, "Io sono nel cuore di Dio". E non crediate di guidare l'amore, perché se vi ritiene degni è lui che vi guida. L'amore non vuole che compiersi. Ma se amate e se è inevitabile che abbiate desideri, i vostri desideri hanno da essere questi: Dissolversi e imitare lo scorrere del ruscello che canta la sua melodia nella notte. Conoscere la pena di troppa tenerezza. Essere trafitti dalla vostra stessa comprensione d'amore e sanguinare condiscendenti e gioiosi. Destarsi all'alba con cuore alato e rendere grazie per un altro giorno d'amore. Riposare nell'ora del meriggio e meditare sull'estasi d'amore. Grati, rincasare la sera e addormentarsi con una preghiera in cuore per l'amato e un canto di lode sulle labbra. 

Khalil Gibran

È in questo silenzio dei circuiti 
che ti sto parlando. 
So bene che, quando finalmente
le nostre voci riusciranno 
ad incontrarsi sul filo,
ci diremo delle frasi generiche e monche; 
non è per dirti qualcosa 
che ti sto chiamando, 
né perchè creda che tu 
abbia da dirmi qualcosa. 

Ci telefoniamo perché solo nel chiamarci 
a lunga distanza,
in questo cercarci a tentoni 
attraverso cavi di rame sepolti, 
relais ingarbugliati, 
vorticare di spazzole di selettori intasati,
in questo scandagliare il silenzio
e attendere il ritorno di un’ eco, 
si perpetua il primo richiamo 
della lontananza,
il grido di quando la prima grande crepa 
della deriva dei continenti s’è aperta 
sotto i piedi d’una coppia di esseri umani
e gli abissi dell’oceano si sono spalancati
a separarli mentre l’uno su una riva 
e l’altra sull’altra trascinati
precipitosamente lontano 
cercavano col loro grido 
di tendere un ponte sonoro che ancora 
li tenesse insieme 
e che si faceva sempre più flebile 
finché il rombo delle onde 
non lo travolgeva senza speranza.

Da allora la distanza è l’ordito 
che regge la trama d’ogni storia d’amore
come d’ogni rapporto tra viventi, 
la distanza che gli uccelli cercano
di colmare lanciando 
nell’aria del mattino
le arcate sottili dei loro gorgheggi,
così come noi lanciando 
nelle nervature della terra 
sventagliate d’impulsi elettrici 
traducibili in comandi per i sistemi a relais: 
solo modo che resta agli esseri umani
di sapere che si stanno chiamando 
per il bisogno di chiamarsi e basta. 


Italo Calvino


E imparai, con umiltà e fatica, ma imparai quello che dovevo fare, e che sarebbe stato ovvio per un bambino: la vita non è altro che un susseguirsi di tante piccole vite, vissute un giorno alla volta. 
Si dovrebbe trascorrere ogni giorno cercando la bellezza nei fiori e nella poesia e parlando con gli animali. E nulla può essere migliore di un giorno colmo di sogni e di tramonti e di brezze leggere. Imparai soprattutto che la vita è sedere su una panchina sulla riva di un fiume antico, con la mia mano posata sul suo ginocchio e a volte, nei momenti più dolci, innamorarmi di nuovo.


Nicholas Sparks